22-gennaio-1991

Il 22 gennaio 1991; dopo 112 giorni di sequestro viene liberato Augusto De Megni

Il 22 gennaio 1991, dopo 112 giorni di prigionia, Augusto De Megni venne liberato dalla polizia e dagli uomini del Nocs, il Nucleo operativo centrale di sicurezza della polizia di Stato.  

Per mesi venne tenuto prigioniero da tre uomini incappucciati. Costretto a vivere in un tugurio di pochi metri quadrati, umido e buio, senza potersi nemmeno alzare. Una situazione insostenibile, che trasformò quei 112 giorni di prigionia in lunghi e terribili momenti, che cancellarono di colpo gli anni sereni precedenti.

Lavorammo sulle intercettazioni, effettuammo diversi sopralluoghi, raccontò Pier Luigi Orlando, uno dei poliziotti del Pool investigativo che lavorava al caso. Alla fine la nostra attenzione si concentrò su una zona nei pressi di Volterra, dove vivevano dei pastori sardi”.

Arrivate sul posto, le forze dell’ordine perquisirono la zona: “Non trovammo nulla”, ricordò Orlando. Le speranze di trovare il nascondiglio dove veniva tenuto il piccolo Augusto sembrarono svanire. Ma, proprio mentre le squadre stavano ripiegando per tornare alla base, incontrarono un giovane sardo, che non fu in grado di spiegare il motivo della sua presenza in quel luogo.

Costui fornì spiegazioni poco credibili sul motivo per cui si trovasse nella selva, disse che stava andando a gettare l’immondizia. A quel punto gli agenti si insospettirono e decisero di portarlo al commissariato per sentirlo in un interrogatorio lungo e approfondito. Venne caricato a bordo di un elicottero e, durante una perlustrazione, indicò l’area dove si trovava il nascondiglio con Augusto prigioniero. Si trattava di una grotta, scavata nel terreno: impossibile vederne l’ingresso, costituito da un buco nel terreno, senza un’indicazione precisa.

Appena i Nocs entrarono nel luogo in cui veniva tenuto prigioniero Augusto, uno dei rapitori puntò un’arma contro la tempia del bambino. Inoltre, quando i poliziotti raggiunsero la grotta, Augusto non volle uscire. Era spaventato e non si rendeva conto di quello che stava succedendo e quindi gli agenti che parteciparono al blitz finale dovettero attendere l’arrivo del papà per convincerlo a uscire. Così, dopo mesi di prigionia, il bambino poté tornare finalmente a casa: l’incubo era finito.

Una volta liberato, il bimbo raccontò di esser stato trattato bene durante i giorni di prigionia. In particolare, parlò del carceriere “buono” che gli portava i fumetti da leggere, lo proteggeva e impedì che gli venisse tagliato un orecchio.