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Il 7 agosto 1990, il delitto di via Poma

Il 7 agosto 1990 Simonetta Cesaroni fu trovata morta in uno stabile del quartiere Prati, a Roma, uccisa con 29 coltellate. Simonetta Cesaroni era una ragazza romana di 20 anni e svolgeva il lavoro di segretaria presso la A.I.A.G. (Associazione Italiana Alberghi della Gioventù), per conto dello studio commerciale Reli Sas.

Fu trovata senza vita, con numerose ferite di arma da taglio su tutto il corpo, all’interno di uno stabile in via Carlo Poma 2, nel centralissimo quartiere Prati di Roma, dove aveva sede l’associazione per cui faceva la contabile.

L’ultimo contatto di Simonetta risale alle 17,30 di quello stesso giorno d’estate, quando effettuò una telefonata a Luigia Berrettini. Per le 18,30 avrebbe dovuto parlare, sempre al telefono, con il proprio datore di lavoro, Salvatore Volponi, ma la chiamata non fu mai effettuata.

I familiari, preoccupati dalla sua assenza, cominciarono a cercarla intorno alle 21,30. La sorella Paola Cesaroni e il fidanzato di lei, accompagnati da Volponi, si recarono nell’ufficio di via Poma, dove immaginavano di trovarla.

Qui, dopo aver chiesto alla moglie del portiere di farsi aprire la porta, trovarono il cadavere di Simonetta alle 23,30. Le prime indagini, tra cui l’autopsia, appurarono che l’orario della morte era da collocarsi tra le 18 e le 18,30.

Il corpo della vittima fu trovato con molti segni di arma da taglio, oltre a un morso su un capezzolo. Le stanze dello studio non risultavano in disordine. Si sospetta che l’arma utilizzata per l’omicidio sia stata un tagliacarte.

La donna fu colpita 29 volte, in diverse parti del corpo. Alcuni abiti, fuseaux sportivi blu, la giacca e gli slip, erano stati portati via, oltre a molti effetti personali, mai più ritrovati; tra questi, gli orecchini, un anello, un bracciale e un girocollo, tutti d’oro. Solo l’orologio le rimane al polso. 

Completamente nuda, fu lasciata con il reggiseno allacciato ma calato sul basso. Il seno era quindi scoperto e il top le era stato appoggiato sul ventre, per coprire le ferite che poi si rivelarono mortali. Altra eccezione rispetto alla nudità in cui fu trovata, indossava ancora i calzini bianchi corti. Le scarpe da ginnastica erano riposte ordinatamente vicino alla porta. Le chiavi dell’ufficio, che aveva nella borsa, non furono mai più ritrovate.

Tra i primi indiziati del delitto, poi ritenuto principale accusato, uno dei portieri dello stabile di via Poma, Pietrino Vanacore, fermato dalla polizia tre giorni dopo il delitto. Trascorsi 26 giorni in carcere, il suo avvocato ne otterrà il rilascio, nonostante pesanti sospetti continuassero a gravare su di lui, prima come possibile responsabile del delitto, poi come favoreggiatore o testimone muto dell’uccisione.

A livello di indizi, tuttavia, si riscontrò fin da subito l’assenza di tracce del Dna di Vanacore nel sangue ritrovato sulla maniglia della porta della stanza dove fu rinvenuto il corpo di Simonetta, fatto che scagionerà il portiere. Sui suoi pantaloni vennero però ritrovate tracce di sangue ma la risultanza non costituì un potenziale indizio dal momento che l’uomo soffriva di emorroidi.

Vi sono comunque alcune incongruenze che hanno pesato sull’alibi di Vanacore, come la sua assenza dal cortile dello stabile (dove erano presenti gli altri portieri del palazzo) nell’orario in cui si sarebbe compiuto il delitto (tra le 17.30 e le 18.30).

Inoltre, è stato verificato che alle 22,30 Vanacore si è recato in casa dell’architetto Cesare Valle, l’unico a essere presente nella scala B del condominio di via Poma oltre a Simonetta. L’architetto Valle dichiarerà tuttavia che il portiere è arrivato a casa sua alle 23,00. Nessun altro estraneo fu visto entrare o uscire dallo stabile in quel pomeriggio di 32 anni fa.

Il 26 aprile 1991 le accuse contro Vanacore e altre cinque persone indiziate sono state archiviate. Nel 1995 la Corte di Cassazione ha confermato la decisione della Corte d’appello di Roma di non rinviarlo a giudizio per favoreggiamento.

A distanza di anni, Pietrino Vanacore fu coinvolto in una seconda indagine (che toccava il fidanzato dell’epoca di Simonetta, Raniero Busco), basata sulla tesi che qualcuno potesse essersi introdotto nello studio dove era avvenuto il delitto, inquinando la scena del crimine.