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Il 10 aprile 1991: La Moby Prince si scontra con una petroliera

Il 10 aprile del 1991 la nave della Navarma, si scontra con una petroliera della Snam, l’Agip Abruzzo, al largo del porto di Livorno. E’ la più grande tragedia della marineria italiana. Il dolore dei familiari reso più atroce da depistaggi e processi farsa.

Nel rogo, successivo alla collisione, perdono la vita 140 persone: tutti i passeggeri e tutti i membri dell’equipaggio del Moby con la sola eccezione del giovane mozzo Alessio Bertrand, al suo primo imbarco.

Del disastro della Moby Prince ha parlato, recentemente, anche il premier Mario Draghi. L’ha definita una ferita aperta per l’Italia. “Condivido pienamente la necessità di impegnarsi per la costruzione della verità sui fatti e far luce sulle responsabilità e sulle circostanze che hanno causato l’immane tragedia“.

Sì, perché a 31 anni dal più grande disastro della marineria civile italiana, non si è arrivati alla verità. I parenti delle vittime non hanno mai creduto alla tragica fatalità della collisione e chiedono giustizia. 

Anni di indagini e nessuna verità

In oltre 30 anni ci sono stati due processi, si sono avvicendate due commissioni. Eppure non ci sono ancora i responsabili. Nel 2017 la seconda Commissione parlamentare di inchiesta ha riconosciuto che le dichiarazioni dei coinvolti erano state “Convergenti nel negare evidenze o nel fornire versioni inverosimili dell’accaduto”. Elemento che spiega tanta difficoltà nell’arrivare alla verità. Qualche mese fa, la procura di Firenze ha riaperto le indagini con la Dda, soprattutto per fare luce sul giallo della presenza di esplosivi a bordo. 

La prima commissione d’inchiesta

Da subito si è provato a relegare tutto nella dimensione dell’errore umano: la distrazione, la nebbia. Niente di vero. La commissione parlamentare voluta da Pietro Grasso nel 2015 ha stabilito all’unanimità una serie di fatti. “Si esclude che la nebbia sia stata la causa della tragedia, si legge nella relazione. Non c’è  stato, prima del disastro, un fenomeno atmosferico di totale, immediata e generale riduzione della visibilità in rada, tale da provocare l’accecamento del comando del traghetto e dei suoi apparati radar durante la navigazione“. 

Poi “il comando della petroliera non pose in essere condotte pienamente doverose“. E i parlamentari pongono delle domande nette: “Perché non si diedero via radio notizie precise sull’imbarcazione investitrice?. La commissione ha appurato che la sagoma della nave investitrice risultava inconfondibile dal ponte della petroliera e fu percepita con precisione, in quei tragici minuti. “Perché non venne rappresentato ai soccorritori un quadro preciso e si attirarono i soccorsi solo sulla propria nave? Il traghetto rimase per alcuni minuti incagliato nell’Agip Abruzzo. C’era quindi il tempo per valutare la situazione e dare le corrette comunicazioni ai soccorritori”.

Terza verità appurata: “Dalla capitaneria di porto di Livorno non partirono ordini precisi per chiarire l’entità e la dinamica dell’evento e per ricercare la seconda imbarcazione, quasi non si sapesse cosa fare”. La commissione parla di “impreparazione e inadeguatezza nei soccorsi“.

Il quarto elemento che emerge sono quelle che la commissione definisce incongruenze “sulle attività della petroliera e sul tragitto compiuto prima di arrivare a Livorno. Veniva da un porto egiziano, come sostenuto ufficialmente e riportato da alcuni in commissione? Aveva fatto scalo in Sicilia, come riportato alla commissione da altri? O proveniva da altro porto ancora, come risulta dalla documentazione che la commissione ha acquisito? Gli approfondimenti presso le autorità  e le amministrazioni competenti in Italia non hanno dato riscontro alcuno, ma i dati ufficiali provenienti da Londra parlano chiaro e narrano fatti che andavano chiariti nell’immediatezza degli eventi“.