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Il 24 marzo 1976, una giunta militare depone la presidente dell’Argentina “Isabelita” Peron

Il 24 marzo 1976, una giunta militare guidata dai comandanti dell’Esercito Jorge Videla, della Marina Eduardo Massera e dell’Aeronautica Orlando Agosti depone la presidente dell’Argentina “Isabelita” Peron e instaura la dittatura militare. 

Il colpo di Stato, che le forze armate stanno organizzando da almeno un anno, viene da lontano. È figlio della crisi economica che attanaglia l’Argentina, del clima da guerra civile che rende il Paese una replica aggiornata delle pagine più cupe di Hobbes.

Il tutti contro tutti vede affrontarsi peronisti e anti peronisti d’ogni fatta e tendenza, sindacalisti ed ecclesiastici, guerriglieri e militari, e di politiche di governo che puntellano con la violenza la propria debolezza e invece di porvi rimedio aumentano il disordine.

Giunta la loro ora, i leader della junta, imbevuti di nazionalismo, anticomunismo e cattolicesimo ultramontano, annunciano che “le forze armate hanno preso in mano la guida dello Stato” allo scopo di “farla finita con il disordine, la corruzione e l’azione sovversiva“.

È l’inizio del cosiddetto processo di riorganizzazione nazionale, incardinato su due grandi obiettivi: da un lato normalizzare un’economia alla deriva. incarico assunto da uno dei due soli civili della junta, il ministro Martinez de Hoz, che prova ,invano, a porvi rimedio aprendo il Paese agli investitori esteri e ai loro capitali.

Dall’altro, per l’appunto, ritornare all’ordine, alla disciplina e alla pace sociale, parole care anche agli industriali, agli agrari e ai ceti medi, e dunque reprimere la “sovversione“. Tuttavia, i nuovi leader argentini interpretano quest’ultimo termine in maniera decisamente estensiva: come ha proclamato rudemente Videla, per stroncarla e riportare la pace “dovranno morire tutte le persone che sia necessario“.

Convinte di combattere una guerra contro un nemico interno con il quale non sono possibili patteggiamenti, di incarnare il bene tanto quanto gli avversari il male, in breve, di essere strumenti della provvidenza divina, le forze armate non limitano l’attacco alle manifestazioni più evidenti della sovversione, si ponga il caso, stroncando la guerriglia dei montoneros, ma puntano a estirparla alle radici, a distruggerne ogni canale d’infiltrazione, dalle scuole alle università, dalle fabbriche ai giornali.
A tal fine, apprestano misure e strutture repressive tanto uffi•ciali quanto clandestine.