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Il 4 giugno 1989, la strage di piazza Tienanmen

Il 4 giugno 1989 finiva nel sangue la protesta di Piazza Tienanmen, dove furono uccisi centinaia di studenti e lavoratori a Pechino. L’Esercito di Liberazione Popolare represse con violenza le proteste dei cittadini cinesi che chiedevano più libertà e democrazia.

Decine di migliaia di studenti, a cui si erano aggiunti anche lavoratori, si erano accampati per settimane. Facendo anche lo sciopero della fame, contestando le riforme economiche e chiedendo libertà di stampa e di parola.

Già il 15 aprile 1989, dopo la morte di Hu Yaobang, sostenitore delle riforme, circa 100mila studenti si erano riuniti per esprimere la loro insoddisfazione. Per reazione alle scarse risposte del governo, il 13 maggio gli studenti dichiarano lo sciopero della fame a oltranza. Ha inizio la fase più drammatica della protesta.

Il 19 maggio una soluzione pacifica sembra ancora prospettatile dopo un tentativo di mediazione da parte di Zhao. Chiese accoratamente agli studenti di interrompere lo sciopero promettendo di tenere aperte le porte del dialogo.

Quello stesso giorno, la sua posizione, sostenuta anche da elementi dell’esercito, del governo e del partito, passa in minoranza e viene proclamata la legge marziale. Zhao viene destituito e condannato agli arresti domiciliari. Pechino viene circondata dall’esercito e la situazione precipita in giornate di aperta guerriglia, fino alla sconfitta definitiva del movimento il 4 giugno.

Molto divergenti sono le opinioni riguardo ai numeri delle vittime di quei giorni e del periodo successivo di epurazione. Si va da una stima di 400 fino a cifre molto superiori di 2500 morti e oltre. Il governo cinese, tuttavia, ha sempre negato che ci sia stata una carneficina. In ogni caso, senz’altro la memoria “pubblica” di quegli eventi è stata rimossa e osteggiata in Cina, ma non in Occidente.