Giuseppe Salvia

L’omicidio di camorra di Giuseppe Salvia raccontato in un libro da Antonio Mattone

In certe fasi e in contesti socio-criminali sembra quasi che il tempo a Napoli e in Campania si sia fermato riproponendo analogie che fanno riflettere sull’immanente presenza della camorra“.

La riflessione è dello scrittore Antonio Mattone, portavoce a Napoli della Comunità di Sant’Egidio, direttore dell’Ufficio di Pastorale Sociale e del Lavoro della diocesi e autore del libro “La vendetta del boss – L’omicidio di Giuseppe Salvia” (Guida Editori, 522 pagine, 20 euro), in relazione alla recrudescenza criminale delle ultime settimane nel quartiere Ponticelli, “zona dalla quale, dice, proveniva la batteria di fuoco che uccise il 14 aprile 1981 il vice direttore del carcere di Poggioreale” al quale lo scrittore napoletano ha dedicato il suo ultimo lavoro.

“Sì, l’ho fatto io l’omicidio Salvia”

Con questa ultima e forse unica confessione del boss Raffaele Cutolo, recentemente scomparso, fatta a Mattone, si apre il libro.
Il saggio romanzato ripercorre la vicenda di Giuseppe Salvia, vicedirettore del carcere di Poggioreale ucciso nel 1981 dalla NCO di Cutolo perché contrastava il suo potere.

È la storia di un servitore fedele dello Stato, dentro una situazione impossibile, quale il carcere di Poggioreale tra gli anni Settanta e Ottanta, da dove Raffaele Cutolo guidava la NCO. Il volume si avvale della documentazione inedita dei registri del carcere di Poggioreale, degli atti del processo contro gli assassini di Salvia e di oltre 80 testimonianze. Descrive la vita nel carcere di quegli anni, segnata da una grande corruzione, dai ritrovamenti di armi di ogni specie, dalla coabitazione tra terroristi e malavitosi e dalla guerra di camorra tra la NCO e la Nuova famiglia che si combatte anche tra quelle mura.

Vengono ricostruiti gli omicidi di Antonino Cuomo, del boss calabrese Mico Tripodo e delle stragi avvenute nella notte del terremoto del 23 novembre 1980.
In quel contesto difficile Giuseppe Salvia “venne lasciato solo dal Ministero e dalla Direzione del carcere a combattere l’arroganza e il potere del boss di Ottaviano che reagì prima schiaffeggiando pubblicamente il funzionario e poi decretandone la morte“.

Nel libro vengono raccontati alcuni episodi non messi in luce dal processo che, oltre a svelare il clima di paura e l’omertà che si respirava nei corridoi del penitenziario, aiutano a ricostruire le motivazioni della decisione di uccidere il vicedirettore.

L’autore sottolinea

Salvia venne lasciato solo anche da morto. Infatti il suo funerale non fu officiato dal cardinale Ursi. Il sindaco Valenzi non sentì l’esigenza di andarci e, all’ultimo momento, anche il ministro di Grazia e Giustizia Sarti non vi partecipò. Inoltre, cosa più grave, lo Stato non si costituì parte civile contro gli assassini al processo“.

Il volume contiene una lunga intervista rilasciata da Cutolo all’autore e la testimonianza del camorrista poi pentito Mario Incarnato, killer del vicedirettore, che ha raccontato come un contadino di Ponticelli poté diventare uno dei più feroci sicari del clan cutoliano.
Il rapimento di Ciro Cirillo, le vicende del terrorismo ed altri avvenimenti che accaddero in quel periodo, fanno da corollario all’omicidio del funzionario.

A distanza di 40 anni, quella di Giuseppe Salvia resta una figura attuale che parla alle giovani generazioni e che mette in guardia dall’intreccio perverso tra malavita, corruzione e indifferenza, un mix micidiale che continua a rubare la speranza e a mortificare il desiderio di riscatto della città di Napoli e di tanti suoi abitanti“.

(ANSA)