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La Chiesa solennizza in questo giorno la festa di San Daniele da Belvedere

San Daniele nacque a Belvedere Marittimo, nella provincia di Cosenza, probabilmente nell’ultimo decennio del secolo XII. L’attribuzione del cognome Fasanella risulta molto tarda e insicura. Scarse e incerte sono le notizie sulla sua vita; solo il martirio subito da Daniele, insieme con sei confratelli francescani, a Ceuta in Marocco il 10 ottobre 1227, è ricordato da più fonti con ricchezza di particolari.

Nel 1227 Daniele lasciò la Calabria insieme con altri sei francescani, Samuele, Angelo, Domno (o Domulo o Donulo, la grafia è assai incerta) da Montalcino, Leone, Nicola da Sassoferrato e Ugolino. Dopo aver ottenuto il necessario permesso da frate Elia, allora a capo dell’Ordine, presero il mare da un porto della Toscana: la prima tappa fu la città di Tarragona, in Spagna.

Il trasferimento da lì a Ceuta avvenne in due fasi a pochi giorni di distanza; si sa, ad ogni modo, che circa alla fine di settembre il gruppo dei francescani era di nuovo riunito e si stabiliva nel fondaco dei mercanti cristiani, posto alla periferia della città. Dopo alcuni giorni di predicazioni ai commercianti pisani, genovesi e marsigliesi, i sette francescani decisero di iniziare l’annuncio del Vangelo ai musulmani.

Dopo una notte di preparazione spirituale, la mattina successiva Daniele e gli altri si introdussero di nascosto in Ceuta, proibita a tutti i cristiani sprovvisti dell’apposito permesso delle autorità locali. Spinti dall’entusiasmo, ma assolutamente privi di esperienza, i frati iniziarono la predicazione per le vie della città, in lingua italiana o latina poiché nessuno fra loro conosceva l’arabo.

Tale predicazione ebbe come esito immediato l’arresto dei sette francescani, nel medesimo giorno del loro ingresso in città. Tradotti davanti a quello che le fonti chiamano “re”, e che probabilmente era il governatore, di Ceuta, furono, dopo un sommario interrogatorio, giudicati pazzi e rinchiusi temporaneamente in prigione.

Dopo circa una settimana, Daniele e gli altri furono condotti di nuovo alla presenza del governatore: durante l’interrogatorio si chiarì la natura delle intenzioni dei sette, i quali, sostenendo di non essere in alcun modo malati di mente, non persero l’occasione per rivolgere di nuovo agli astanti l’invito alla conversione, alla presenza di un interprete che comprendeva il latino.

Nell’impeto del discorso, Daniele si lasciò andare ad insulti rivolti a Maometto e a tutti i suoi seguaci che si rifiutavano di riconoscere la divinità di Cristo e che perseguitavano i suoi discepoli. Invitato a ritirare quegli insulti e ad abbracciare l’islamismo, Daniele rifiutò sdegnosamente, imitato immediatamente da tutti i compagni, che invocavano il martirio.

Condotti allora davanti al locale giudice, i sette furono di nuovo invitati a convertirsi alla religione di Maometto. A seguito dei loro reiteratì rifiuti il tribunale li condannò a morte. La sentenza fu eseguita quello stesso giorno, il 10 ottobre 1227, per decapitazione, alla periferia di Ceuta.