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La Chiesa solennizza in questo giorno la festa di San Ormisda

San Ormisda, nonostante fosse nativo di Frosinone e figlio di Giusto, anch’egli originario della regione, porta il nome persiano del dio zoroastriano della luce e della misericordia. San Ormisda era diacono nella Chiesa romana quando diede prova di grandi doti diplomatiche nel tentativo di avvicinare i seguaci di papa Simmaco e dell’antipapa Lorenzo.

La frattura dipendeva essenzialmente dalla diversa scelta di alleati, i sovrani goti o l’imperatore d’Oriente, sollevò varie controversie tra ortodossia ed eresie, quali l’arianesimo e il monofisismo, e portò a battaglie cruente, condanne e anatemi. San Ormisda fu eletto papa nel 514, due giorni dopo la morte di Sirnmaco. Durante il suo pontificato si impegnò soprattutto a regolare la complessa divisione tra Oriente e Occidente risalente al 484.

Nel 519, sotto l’imperatore Giustino I, sostenitore dei calcedonesi, san Ormisda pose fine allo scisma con la professione di fede che porta il suo nome, la “formula di Ormisda“. Il 28 marzo 519, l’imperatore e il patriarca di Costantinopoli, e in seguito anche molti vescovi orientali, accettarono la formula e, implicitamente, la condanna di Acacio e della sua dottrina.

Accettarono anche le decisioni del concilio di Calcedonia del 451, che riformulava quelle dei concili di Nicea e di Costantinopoli, il Torno di Leone e, praticamente, l’autorità della Santa Sede. Vi furono diversi tentativi di sabotare il nuovo accordo, soprattutto da parte di Severo di Antiochia, esiliato in Egitto, e del metropolita Doroteo di Tessalonica. Vi è un’iscrizione romana che celebra Ormisda per aver posto fine allo scisma romano e aver riconciliato i greci.

Il santo, inoltre, intrattenne una corrispondenza dettagliata con i vescovi spagnoli, che evidenzia lo stretto legame tra la Chiesa spagnola e Roma. Non si sa nulla della vita pubblica di Ormisda, tranne che, ovviamente, fu un uomo saggio e pacifico.

Tra le sue azioni più importanti va ricordato il severo ammonimento ad alcuni monaci africani e sciiti di Costantinopoli, l’introduzione di una formula particolare usata dal papa per indicare la sofferenza di una delle persone della Trinità, la continuazione del dialogo con i goti in materia ecclesiastica e l’aver posto termine alle persecuzioni dei vandali in Africa nell’ultimo periodo del suo pontificato.