Napoli, il branco del Vomero e i figli dei poliziotti: la violenza non ha quartiere né cognome
Tra i giovani identificati dopo il violento pestaggio anche due figli di appartenenti alle forze dell’ordine. Una vicenda che invita a riflettere sui pregiudizi: nessuno dovrebbe essere giudicato per il luogo da cui proviene o per il mestiere dei propri genitori.
La violenta aggressione avvenuta al Vomero, nella zona di piazza Vanvitelli, continua a far discutere. Ma dagli sviluppi delle indagini emerge anche un elemento che dovrebbe spingere tutti a una riflessione più profonda: la violenza non appartiene a un quartiere, a una classe sociale o a una determinata famiglia.
Secondo quanto riportato dall’ANSA il 14 ottobre, tra i giovani identificati dai carabinieri nell’ambito del pestaggio figurano anche due figli di appartenenti alla Polizia.
Una circostanza che non attribuisce alcuna responsabilità ai loro genitori, ma che mette in discussione uno dei pregiudizi più diffusi: quello secondo cui determinati comportamenti sarebbero necessariamente legati alle origini sociali o al luogo in cui si cresce.L’aggressione al Vomero: cosa è accaduto
La vicenda si è verificata nella notte tra sabato 10 e domenica 11 ottobre, nel quartiere Vomero.
Secondo le ricostruzioni investigative riportate dalla stampa, tutto sarebbe cominciato con una lite tra giovanissime, legata a motivi sentimentali.
Il padre di una delle ragazze coinvolte, dopo aver saputo dell’aggressione subita dalla figlia, avrebbe rintracciato e schiaffeggiato un giovane che sarebbe intervenuto nella prima lite.
Da lì sarebbe scaturita la reazione di un gruppo di ragazzi, che avrebbe colpito l’uomo con calci e pugni.
Durante la violenza, la vittima è stata anche accidentalmente investita da un mezzo per la raccolta dei rifiuti, riportando gravi lesioni a una gamba.
L’uomo è stato ricoverato all’ospedale Cardarelli. Le indagini proseguono per chiarire il ruolo e le eventuali responsabilità individuali delle persone coinvolte.Tra gli identificati anche figli di poliziotti
Secondo gli aggiornamenti diffusi dall’ANSA, tra i circa dieci giovanissimi identificati ci sono anche due figli di appartenenti alla Polizia.
Un particolare che ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica.
Eppure, il punto non dovrebbe essere il lavoro svolto dai loro genitori.
Essere figli di un poliziotto, di un medico, di un operaio o di una persona disoccupata non rende automaticamente migliori o peggiori.
Allo stesso modo, crescere in un quartiere benestante non garantisce comportamenti corretti, così come provenire da una periferia popolare non significa essere predisposti alla violenza.
Nessuno sceglie la famiglia in cui nasce. Ognuno, però, deve rispondere delle proprie azioni, secondo le responsabilità che saranno accertate.
Basta giudicare i ragazzi dal quartiere in cui vivono
Troppo spesso, quando si verificano episodi di violenza giovanile, si cerca immediatamente una spiegazione nel quartiere di provenienza.Si finisce così per etichettare intere comunità, soprattutto quelle popolari, dimenticando che in ogni zona della città vivono famiglie oneste, lavoratori, studenti e giovani che costruiscono il proprio futuro con sacrificio.
Napoli non può essere divisa tra quartieri di ragazzi perbene e quartieri di ragazzi da temere.
Il rispetto delle regole non dipende dal codice postale.
La violenza può manifestarsi in ambienti sociali molto diversi. Ed è proprio per questo che va affrontata senza stereotipi e senza cercare colpevoli collettivi.
La responsabilità è personale, non ereditaria
La presenza di figli di appartenenti alle forze dell’ordine tra gli identificati non deve trasformarsi in un’accusa verso le loro famiglie.
Il mestiere di un padre o di una madre non dimostra nulla, da solo, sulle condotte dei figli.
Allo stesso tempo, una famiglia considerata rispettabile non può diventare un motivo per minimizzare eventuali comportamenti violenti.
Le regole devono valere per tutti.
Non devono esserci pregiudizi verso chi proviene da contesti difficili, né trattamenti di favore verso chi appartiene a famiglie conosciute o socialmente considerate privilegiate.
Educare al rispetto, prima che sia troppo tardi
Questa vicenda richiama l’attenzione anche sul ruolo educativo delle famiglie, della scuola e della società.
Bisogna insegnare ai giovani che la forza non si dimostra umiliando una persona, che il gruppo non può diventare un alibi e che assistere a una violenza non significa doverla imitare.
Il rispetto non si misura dal conto in banca, dal titolo di studio dei genitori o dall’indirizzo di casa.
Si misura nel modo in cui ci si comporta con gli altri, soprattutto con chi è più vulnerabile.
La lezione che Napoli dovrebbe imparare
La vicenda del Vomero è prima di tutto una storia di violenza che richiede giustizia e un rigoroso accertamento dei fatti.
Ma può diventare anche un’occasione per combattere una mentalità sbagliata.
Non giudichiamo mai una persona per il quartiere da cui viene. Non giudichiamola per il cognome che porta. Non giudichiamola per il lavoro di suo padre o di sua madre.
Giudichiamo i comportamenti, nel rispetto della legge e della presunzione di innocenza.
Perché la violenza non ha quartiere, non ha classe sociale e non ha cognome.
E il rispetto, quello vero, dovrebbe appartenere a tutti.
La Voce di Partenope – Diamo voce a una Napoli senza pregiudizi.
